Layla
Nella medina di Tangeri, un turista incontra una bambina misteriosa che gli indicherà la strada per uscire da quel labirinto.
Leggi su Blam!Scrivo storie.
Sono cresciuto a Salerno, ho vissuto 6 anni a Brighton e dal 2018 abito a Valencia. Sono nato sul mare per caso, ci sono rimasto per scelta.
Dopo la laurea in Letteratura Italiana con una tesi su Luigi Meneghello, ho ottenuto un dottorato in Italianistica indagando i rapporti fra gli scrittori italiani e il cinema del primo Novecento.
Ho realizzato il cortometraggio Indice di frequenza con Alessandro Haber e sono stato finalista al Premio Solinas con la sceneggiatura Mammaliturchi!, da cui ho tratto l’omonimo romanzo, attualmente inedito.
Ho pubblicato il romanzo Un’opera di bene e circa quaranta racconti apparsi su riviste letterarie e antologie in Italia e Spagna.
Attualmente sto lavorando a una raccolta di racconti dedicati all’infanzia e all’adolescenza, scritta contemporaneamente in italiano e francese.
Le mie storie spesso nascono quando un dettaglio che sembra insignificante cambia il modo in cui guardiamo la realtà. Da quel momento, le cose non sono più le stesse.
Quando non scrivo, porto i turisti alla scoperta di Valencia. Grazie a questo lavoro, sono quasi riuscito a realizzare il mio antico sogno: diventare un cantastorie.
Parlo correntemente spagnolo, francese e inglese. Me la cavo discretamente con il valenciano. Poi, con un eccesso di ottimismo, ho deciso di studiare l’arabo.
Mi piacerebbe suonare il pianoforte e aggiustare le cose rotte. Non ho talento per nessuna delle due cose.
Una selezione di miei racconti pubblicati in riviste letterarie.
Nella medina di Tangeri, un turista incontra una bambina misteriosa che gli indicherà la strada per uscire da quel labirinto.
Leggi su Blam!
Un missile, lanciato chissà da chi, si pianta senza esplodere in un campo ai margini di un villaggio caucasico, stravolgendo la vita dei suoi abitanti.
Leggi su Altri animali
Un giovane solitario e povero va regolarmente al supermercato per cercare del cibo in offerta. L’apparizione di un uomo che comincia a contendergli il bottino potrebbe costringerlo a ripensare la propria vita.
Leggi su ’tina
Un bambino va a sotterrare uno scheletro giocattolo, ma l’impresa si rivela meno facile del previsto.
Leggi su Blam!
Quando c’era il Covid, ci si affacciava alle finestre per cantare. Qualcuno lo faceva anche per rivedere la giovane dirimpettaia.
Leggi su Patrengo
Un bambino racconta il terremoto dell’Irpinia. Con lui, quella notte, un’intera comunità si ritrova sospesa tra paura e sopravvivenza.
Leggi su Pastrengo
Una bambina scopre il piacere del proprio corpo. Quando arriva il primo ciclo, è convinta di essersi procurata una ferita mortale.
Leggi su Offline
La morte del padre spinge un giovane professore di filosofia a rielaborare un legame conflittuale. Attraverso i ricordi d’infanzia e il mare, il rancore cede il passo al silenzio.
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Da qualche tempo mi interrogo sul modo in cui uno scrittore europeo guarda un paese come il Marocco. Avendolo visitato diverse volte, ho cominciato a sentire il desiderio di ambientarci delle storie. La prima – intitolata Layla e pubblicata sulla rivista Blam! – è nata da un’esperienza che forse altri stranieri, prima di me, hanno raccontato: una bambina che si offre di accompagnare un turista nella medina.
Una figura del genere appartiene più al Marocco o all’immaginario con cui noi europei abbiamo imparato a guardarlo? Il rischio, però, c’è: che il nostro sguardo si fermi proprio dove la distanza fra noi e loro appare più evidente. Bisognerebbe conoscere meglio un paese prima di scriverne? Eppure la conoscenza non arriva mai tutta insieme, e in ogni caso non sarà mai completa. Esiste però una differenza tra usare un’immagine come conferma di ciò che già crediamo di sapere e usarla come punto d’inizio, come domanda.
Il racconto che ho cominciato a sviluppare nasce da un’altra immagine forse abusata: un uomo che, seduto sul marciapiede con una bilancia, offre ai passanti di pesarsi in cambio di qualche moneta. Vorrei però scriverlo durante la mia prossima residenza artistica a Marrakech, dopo essermi confrontato con le persone del posto, per capire cosa rappresenti per loro una presenza del genere: il grado zero del commercio, un mendicante travestito, un residuo di un tempo ormai finito?
Da questi possibili incontri non cerco approvazione o bollini di autenticità: mi aspetto piuttosto che sguardi diversi possano ravvivare la mia immaginazione, renderla più tagliente, e se necessario spostarla altrove, dove non pensavo di poter arrivare.
(Foto di Ketut Subiyanto su Pexels)
Un mio progetto di residenza artistica presso Sanctuary Slimane, nelle vicinanze di Marrakech, è stato accettato. Si tratta di una fattoria sostenibile, il cui fondatore è anche libraio ed editore.
Vi passerò tutto il mese di settembre per scrivere racconti ambientati in Marocco e per partecipare alle iniziative sociali e culturali portate avanti dai miei anfitrioni. Infine, sarà un’occasione per praticare quel po’ di arabo che ho imparato in un anno di corso... Ho la sensazione che sarà una bellissima esperienza.
Il mio romanzo Mammaliturchi! è ambientato in un’immaginaria cittadina sulla costa cilentana. Un giorno, passeggiando per le strade di Praia a Mare, mi sono trovato di fronte a questa scena surreale: un gozzo “parcheggiato” sul marciapiedi.
Mi è venuto in mente l’incipit del romanzo, in cui, fra l’altro, descrivo le persone del posto, e ho capito subito che dovevo dare testimonianza di quello che avevo appena visto. E così, appena sono tornato a casa, ho aggiunto un periodo al testo che avevo già scritto. Lo trovate in fondo a questo breve estratto.
In quella bella mattina, dunque, chi lavorava sul mare benediceva il mestiere, e in verità la gran parte degli autoctoni pareva proprio forgiata dal mare, a giudicare dal colore e dal tono della pelle – da cui con una ditata si poteva tirar via una striscia di sale – dalla scattante robustezza del corpo, dalla pratica noncuranza nell’abbigliamento, dai gesti essenziali ed esatti del marinaio che affronta la burrasca. [...] È come se un giorno la terra li avesse sorpresi alle spalle e si fossero adattati malvolentieri alle strade trafficate, all’ombra troppo alta e ai colori accesi dei palazzi nuovi che risalivano la collina, all’afa che veniva dall’asfalto e dal cemento. Tutte quelle escrescenze terragne, che col tempo si erano fatte più dense e più sfacciate, parevano premere su di loro per ributtarli nel mare da cui venivano e liberarsi così della loro fastidiosa e ingrata presenza. Tuttavia, non mancavano sacche di resistenza: il mare s’infiltrava nella terraferma sotto forma di barchette e piccoli gozzi lasciati in rimessaggio sui marciapiedi o nei giardini, dove spesso giacevano anche lunghe cime avvolte in spire, come grossi cani addormentati.
Il mio racconto Nel campo di Azat (che potete leggere seguendo il link nella sezione “Opere scelte”) è stato ispirato da questa foto scattata a Martuni da Valery Melnikov, che mi ha autorizzato a usarla. La foto è stata premiata al World Press Photo, ed è stato proprio visitando una mostra a Valencia che l’ho scoperta.
Ricordo che il mio primo pensiero, al vederla, è stato: “Chissà che angoscia per le persone del posto quando hanno trovato questo missile inesploso in uno dei loro campi.” Da lì ho cominciato a immaginare una storia tragicomica narrata da uno degli abitanti del villaggio. Una prima versione del racconto è stata pubblicata in Spagna sulla rivista «Papenfuss». Quando poi l’ho inviato alla rivista italiana «Altri animali», è successa una cosa interessante: l’editor che l’ha letto mi ha risposto che apprezzava il testo, ma che l’avrebbero pubblicato solo se l’avessi sviluppato ulteriormente. Gli ho risposto che l’avrei fatto senz’altro, e qualche giorno dopo, durante un viaggio in aereo, ho finalmente arricchito la storia di nuovi episodi. Quando l’ho inviata di nuovo, la risposta è stata, per fortuna, molto positiva. Fra i miei racconti, Nel campo di Azat è forse quello che ha ottenuto più riconoscimenti. Oltre a essere stato pubblicato in italiano e spagnolo, infatti, nella versione in valenciano ha vinto il concorso di narrativa breve della Real Vila de Guardamar.
Fra i miei racconti pubblicati in Spagna, ce n’è uno che è uscito su Tales, la migliore rivista spagnola di racconti, che nel corso della sua esistenza ha pubblicato scrittori e critici di primo livello.
Purtroppo, come molte riviste letterarie, ha finito per chiudere, ma prima che accadesse ho avuto la fortuna di risultare fra i tre vincitori di un concorso indetto fra i lettori della rivista. Il premio è stato la pubblicazione, nel numero 13, di En la cola (In fila), storia tragicomica dell’amore impossibile fra un cliente e la cassiera di un supermercato.
Se hai letto qualcosa che ti ha incuriosito, sarò felice di ricevere un tuo messaggio.